Ricevo da ciccioquellovero una catena alla quale mi aggrego con elegante riluttanza che fa sempre tanto chic, in cui devo elencare le sei cose che mi piace fare.
Dopo una attenta analisi di tre minuti in cui interrogando la mia coscienza ho dedotto quali siano queste tre cose, ve le sbobino nella speranza che poi non se ne parli più.
1. Fissare il soffitto, possibilmente senza il sottofondo della motofalciatrice di quel decerebrato del mio dirimpettaio. Adoro fissare il soffitto come un’autistica, è una delle pratiche che mi porto appresso dal periodo adolescenziale
2. Parlare di quanto sia dura la mia vita rispetto a quella degli altri, passare per la vittima incontrastata della situazione, ribaltando la realtà e facendo credere sempre di essere messa peggio degli altri. In mancanza di interlocutori, andare in giro con la faccia imbronciata sperando che qualcuno mi chieda :-va tutto bene, posso aiutarti?- In linea di massima questo punto può essere riassunto in un semplice concetto: LAMENTARMI.
3. Dormire per svegliarmi presto la mattina, perché la mattina è bella e fresca, anche se non sempre nella mia bocca. Dormire è la mia vita, mi piace farlo tanto e bene, soprattutto quando i cretini del piano di sotto la notte ci danno giù coi loro gridolini di piacere rammentandomi il grafico della mia vita sessuale:
4. Andare in giro, in risposta al continuo avvertimento di mio padre negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza –NO STA ANDAR MASSA IN GIRO (non andare troppo in giro)! Ecco, io adoro andare in giro, con la macchina, con l’aereo, con il treno e col pullman dell’atlassib se potessi un giorno farmi un giro coi rumeni lo farei di brutto. E per la destinazione poco importa, basterà un giorno trovare davanti un bel paesaggio da vedere e una buona compagnia.
5. Demotivare le persone a scegliere il mio percorso di studi al fine di essere l’unica e incontrastata esperta della materia. Non ce l’ho fatta comunque. Scusate ma a questo punto vorrei aggiungere una sottocategoria della voce EGO DELLA MARTIZ: mi piace dare ordini, adoro dare ordini, e adoro che i miei paggetti obbediscano.
Ho sempre avuto dentro di me la convinzione che mio padre sarebbe morto di crepacuore se gli avessi portato a casa un moroso terrone.
La mia era una sicurezza dovuta al quel fattore tutto socioculturale della mia ventosità.
Durante i nostri lunghi viaggi in macchina verso le allora odiate montagne io e mio padre si parlava di tutto. Ma soprattutto parlavo io, mentre lui interveniva per correggere i miei bachi mentali di bambina.
Si perché i bambini hanno delle convinzioni di default che è difficile sradicare dai loro cervellini e io ero stracerta che il mondo, quando mia nonna era giovane, fosse in bianco e nero e ad un certo punto accadde qualcosa e diventò a colori.
-No,-diceva lui- il mondo è sempre stato a colori
-IMPOSSIBILE HO VISTO LE FOTO- dicevo io, incrociando le braccia e guardando gli alberelli dal finestrino.
-Guarda che è sempre stato a colori-
E a quel punto lo fissavo con sguardo di sfida del tipo:- appena vedrai le foto rimarrai di stucco…-
Ma mio padre alla fine non è mai stato uno che parla molto e alla fine io, che parlavo per tutti abbondantemente, finii per fargli una serie di domande a raffica sulle caratteristiche fisiche e sullo stato sociale.
-Papà, ti piacerebbe alto?
-si certo!
-ti piacerebbe ….ROSSO come te?
-lo scegli tu! Non ti piacciono i miei capelli?
-si si, mi piacciono! E ti piacerebbe se fosse grosso grosso?
-beh, insomma….
- E poi partì la sfilza di domande decisive:
- - Se fosse un motociclista?
- - ….NO
- - Se fosse uno che lavora in banca?
- - $IIII
- - Se fosse un drogato?
- - NO
- - Se fosse un avvocato?
- - $IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
- - Se fosse un dentista?
- - $IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
- - Non mi metterò mai con un dentista!
- - ….
- - E se non fosse italiano?
- - Come se non fosse italiano?
- - Si, se fosse…TEDESCO?
- - Ma tu non parli il tedesco!
- -Bhe parleremo la lingua dell’amore!
(mio padre sbanda violentemente e torna a fatica in carreggiata)
- - Allora se non un tedesco….un napoletano?
- - No, amore mio, un napoletano no!
- - Perché no?
A quel punto lui, che non voleva darmi spiegazioni politiche di alcun genere per non influenzare la mia coscienza da adulta, decise di optare per una di quelle risposte a mò di sciacquata di mani che non vogliono dire niente di niente, ovvero:
- - Un napoletano no perché i napoletani sono terroni.
Alla fine però mio padre, che anche se parlava poco qualche cazzata la diceva, riusciva sempre diplomaticamente a tirare fuori la frase di buon senso e mi disse allora che potevo scegliere il marito che volevo, a patto solo che fosse una brava persona e che mi volesse tanto tanto bene.
Io rimasi zitta e mosca.
Anche perché non lo avevo mica capito che cosa fosse un terrone.
Nella mia testa avevo una cartina geografica costruita per intuito ed ero convinta che Napoli fosse appena sotto Treviso, ma non poi tanto, diciamo pure alla foce del Po.
Ecco, secondo me alla foce del Po c’era Napoli, e Roma… Roma per me era dove ora c’è Torino, mentre Torino era a Milano e Milano manco sapevo esistesse.
Insomma immaginerete la sorpresa quando mi trovai per la prima volta davanti a una cartina geografica e sentirmi di nuovo addosso il dovere sociale e morale di spiegare la verità alle maestre, come accadde con il discorso del mondo in bianco e nero ai tempi di mia nonna.
Ad ogni modo, la terra della tribù dei terroni, nella mia testa, non era troppo lontani da noi, e come diceva mio padre, dovevo evitare questo popolo e non mischiarmi a loro.
Ma come, COME riconoscere un terrone?
Cos’ha di diverso un bambino terrone da uno normale?
Come si muove un terrone? Cosa pensa? Come parla? Come vive? Cosa mangia? Qual è il colore preferito di un terrone? Come chiamerebbe il suo criceto o la sua tartaruga? Che poster ha in camera?
- Papà ma chi sono i terroni?
Mio padre era visibilmente imbarazzato nel cercare una risposta perché senza volere aveva inserito nella mia testa il concetto, a me tanto caro, della diversità. Perdonabile errore genitoriale umano.
- I terroni sono meridionali.
E di nuovo un enorme punto di domanda luccicoso glitter fuxia prese forma sopra la mia testina coi capelli a spazzola.
Imparammo i nomi dei laghi e dei fiumi (indimenticabili il lago Ladoga e i fiumi mitici dai nomi impronunciabili tipo Guadalquivir, Dnepr, Dvina, Vysegda, Po), imparammo che in linea di massima al Nord faceva freddo e al sud faceva caldo, il tutto con un contorno infarinato e demenziale che partiva dai muschi, licheni passando attraverso la vita, morte e miracoli della renna per approdare alla coltivazione tutta meridionale dei vini veneti, delle arance siciliane, dell’olio toscano e via dicendo.
A quel punto mi veniva fornita una visione d’insieme.
Settentrionale era nord e meridionale era sud, bhe non ci si arriva mica subito eh, abbiate pazienza non sono mica Rita Levi Montalcini!
Ma come…
Ma come “una coltivazione tutta meridionale dei vini veneti…”?
No, non era possibile, non poteva essere….
LA TERRONA ERO IO, E TERRONI ERAVAMO TUTTI!
Dovevamo fare qualcosa, che ne so, prendere un antibiotico, fare una iniezione, un siero-antivipera….
Vidi quel marito tedesco che sognavo poco tempo prima, dissolversi come un vampiro quando vede la luce del sole, perché sapevo che un tedesco in me non avrebbe visto niente altro che una terrona, e le persone normali non si sposano con i terroni.
Ho scoperto che i romeni ubriachi sembrano essere più pericolosi degli albanesi ubriachi e gli albanesi ubriachi più pericolosi dei moldavi ubriachi.
Ci sono i negri, ma ci sono anche i nigeriani, gli ugandesi, i sudafricani, i boeri, lo sci alpino, lo sci nordico, lo sci d’acqua, ci sono anche i thailandesi e i birmani, i modernisti, i futuristi, i costruttivisti e i fascisti; i comunisti e i socialisti, i lavoratori e gli uomini in panciolle.
Mi chiedo se sia giusto parlare a questo punto di diversità e se non sia meglio parlare piuttosto di patologia.
Si, me lo chiedo perché dopo tutto questo tempo in cui sono stata convinta si essere terrona, adesso mi ritrovo un suocero che simpaticamente mi definisce una comunista slovena.
Chissà se mio moroso scriverà mai nella sua autobiografia un giorno : "Ho sempre avuto dentro di me la convinzione che mio padre sarebbe morto di crepacuore se gli avessi portato a casa una morosa comunista slovena".
Per la cronaca, non mi ritengo né comunista, né tantomeno slovena.
But, it’s just a point of view, I suppose.
*cagnata= vomitata

Il Grande Fratello si deve guardare o all’inizio o alla fine.
In mezzo è una noia.
All’inizio perché è bella la scatalogata di burini, di dialetti, di accenti, di genuinità, felicità a momenti, entusiasmo. Ci sono quelli che già sai regaleranno grandi momenti di nudità, tipo Marina La Rosa la pioniera del perizoma imburrato nell’ano, o quella volta della russa scosciata dalla nera frangetta finita quasi sicuramente in uno di quei programmi notturni su La9 a spalmarsi magari di crema nivea sulla chiappa simulando un’eiaculazione al telefono con l’onàno di turno. Ci sono i personaggi indimenticabili, stilosi come Fefè, maschi come Pietro Taricone, trasparenti e sensibili come Floriana Secondi, inutili come Cristina Plevani o Tati Albero, indimenticabili e onestamente fragili come Filippo Nardi.
Ci sono state le storie d’amore: siano esse nate sull’orlo del water e finite felicemente in matrimonio, come Katia e Ascanio o clamorosamente messe in scena della sbalorditiva venticinquenne “ma ne dimostro 40” Guendalina e Milo.
C’è stata Roberta, la donna-trattore che girava per milano in bici perché faceva trendy, Jonathan Kashanian e i suoi imbarazzanti urletti di piacere e adesso Silvia, autoproclamatasi la vincitrice morale di questa edizione…
E Pier Renato e Ottusangolo, Rocco l’ingegnere froz.
Eccetera
Eccetera.
Alla fine all’ultima puntata non ti resta altro che guardare i video nostalgici con musiche di Jeff Buckley di sottofondo tirate tirate per farle aderire alla situazione, i baci, le baruffe, i coiti interrotti qualceh zizzetta di fuori e le minacce dell’Ordine dei Medici che no, Ippocrate non sarebbe stato contento che tra tutti i fighi li dentro, proprio a Mercandalli dovevi portà a letto, LUI! che la sua donna è già abbastanza cornuta.
Ma l’ultima puntata è sempre la puntata in cui qualche donnina desnuda della tv italiana sbatte in faccia i suoi tentacoli mammellari al fan di turno.
Il ternano stasera voleva Anna Falchi, e Anna Falchi ha avuto.
E non dimenticherò mai la faccia di lui quando la giunonica bellezza finnicheggiante si è fatta trovare fasciata in un abitino scosciato stile “a me mica mi han messa incinta come la Yespica” .
Lui le guardava le tette, e vi posso assicurare che non c’è nulla, nulla e nulla di più gratificante di un ternano che ti fissa le tette.
E soprattutto un muratore, con le mani belle callose, che quando torna a casa puzza di sudore e in faccia è ancora sporco di polvere e cemento e…
Si sto andando fuori tema.
Il ternano ha vinto.
Anche questa edizione si è conclusa e mi rimangono molteplici dubbi.
Ma allora sarà vero o no che christine puzza?
E’ normale fare un giuramento di ippocrate a 25 anni?
Perché non si torna ai tempi in cui la casa non somigliava all’attico di Murdoch in Park Ave?
Mascia ferri e Alessia fabiani sono ancora amiche?
Robert è riuscito a risolvere il problema dei peti convulsi?
Che fine ha fatto la marchigiana che parlava tutta strana?
Filippo nardi avrà sconfitto la sua dipendenza dalla nicotina?
Ma soprattutto:
Perché dovevano entrare i cesaroni nella casa?
Perché i cesaroni?



Se il mondo si aspettasse davvero di essere salvato da Justin Timberlake e M’dana in 4 minuti stiamo freschi.
Ecco non mi bastava dire che la canzone non mi prendeva, io ci ho dovuto pure guardare il video; ma solo per fare una di quelle consuete critiche che farebbe mia madre di fronte a queste situazioni:
-L’è xe sempre e stesse robe-
In effetti, xe sempre a stessa pappa.
La canzone manda acusticamente indietro il raggio fotonico della mia memoria ai tempi d’oro del duetto M’dana-Britney, quando una, la bionda, vestita di bianco e munita di bastone chiccoso a mò di sostegno per la vecchiaia imminente, si scopriva alla fine copulare con una struttura letto dell’ikea con l’agilità di una ginnasta bulgara alle olimpiadi di Seoul ‘88; mentre l’altra invece di nero vestita, baldanzosamente facea traballare il suo “allora” sederino da adolescente sessualmente irrequieta (come si direbbe anche : Virgin-wannabe per i più colti) scatenando i suoi capelli irrorati di olio (si dice a Porcellengo: ONTI E BISONTI) e colpendo con la sostanza oleosa il pieno viso degli ignari ballerini che poveracci, “erano solo lì a fare il loro lavoro”.
Insomma, il duetto si ripete, solo che stavolta c’è l’ex fidanzato storico e indimenticabile di Britney: Giastin Timberleic, storico perché è quello che ha soffiato la verginità a quattordici anni alla nostra teen-eroina e indimenticabile perché inventore del passo di danza più famoso degli ultimi secoli: il passo “via la forfora dalla mia spalla facendo anche un verso di collo che mi spezzo la cervicale e per questo indosso una sciarpa da vecchio che mi protegge dai colpi d'aria violenti” che qui sotto vediamo effettuato da Benedetto Croce, grande nome forse ispiratore del nostro beniamino. (ve ne ho già parlato comunque)

Il video è quello che è.
M’dana e Giastin sono inseguiti dal Nulla della Storia infinita, che nel film era una nebbia padana che inesorabile avanza cibandosi di tutto ciò che incontra nel regno di Fantàsia, compreso il regno stesso, mentre qui lo vediamo in versione riveduta e corretta, un Nulla (das Nichts) geometricamente solido, da nuovo millennio, il cui significato forse non cambia. Un nulla che rappresenta ciò da cui dobbiamo scappare, la finzione, un vuoto nero e spigoloso che ci attrae e al tempo stesso ci repelle, in cui vorrebbe tuffarsi dentro quella fetta di mondo che ha perso la speranza e non crede più a niente. E noi spettatori ci siamo dentro e vediamo tutto proprio da questo nulla. Da paaura!
Il problema è che qui non c'è un Atreiu che ci salverà. Bensì Veronica Ciccone e Giastin timberleic.
Ad ogni modo, non potrebbero mai salvarci senza il cane volante.
Io vorrei tanto un cane volante!!
Le citazioni cinematografiche nel video sono piuttosto e anzichenò.
Il patetico negrone rapper all’inizio, che so che ha un nome ma sinceramente chissene, è chiaramente ripreso da quella massa di sfigati con cui Miscel Feiffer aveva a che fare quando insegnava in quella scuola pubblica di derelittolandia, in quel film come si chiama credo Dangerous Minds.
Il bicchiere di plastica che trema e si sposta mi richiama nemmeno tanto lontanamente quella scena storica degna della migliore tradizione Spielberghiana la quale ne io ne Dawson riusciremo a dimenticare: l’arrivo del Tyrannosaurus rex. Quel bicchiere sul cruscotto della panda 4x4 con cui si facevano le escursioni a Dynoland mi rimarrà impresso nella mente per sempre vitanaturaldurante, l’orrore e la paura mi accompagneranno per sempre anche quando sarò in sala parto a spingere. Per sempre. Forever ( doppio pugno sul cuore).
Il culo anni ’80 di madonna ormai lo abbiamo viso cosi tante volte che non c’è più nemmeno il gusto della novità. Tanto di cappello comunque, perché io a 50 anni sarò morta e quando io avrò 50 anni e sarò morta, lei ne avrà…uhm...75 e vi stramazzerà ancora il frenulo con i suoi sculettamenti e allora si che vi mancheranno le inutili prezzemoline della tv.
I due rastacci con tuta adidas rigorosamente vintage sul tettuccio della macchina rossa in offerta, credo a 7000 dollari hanno interpretazione facoltativa, possono essere o i fratelli di Alice nel Paese delle meraviglie o le gemelline inquietanti di shining. E vi ho risparmiato l’opzione “sorelle Lecciso” tra le possibilità. Ringraziatemi.
Ad ogni modo, fanno un’ottima Robot-dance, di quelle che non si vedono ai tempi di Alberto Camerini con Roccheroll robot.
Nel complesso, questi 4 minuti per salvare il mondo me li vedrei volentieri ballati a suon di tip tap da Carla Bruni e Sarkozy.
In effetti, sarebbe carino rivolgerci a Dio in sede di Giudizio Universale a ritmo di tip tap.
Qui fuori due ragazze si stanno dando allo scambio di confidenze.
Non sento le loro parole, ma dalle voci sembrano piuttosto soddisfatte.
Sono le due del mattino, è aprile e ostinatamente ho scelto di tenere il piumone ancora per qualche settimana.
Non si sa mai, con la storia che non ci son più le mezze stagioni, che nevichi a maggio…
Qualche risatina candida e rilassata interrompe il flusso dei pensieri.
Vorrei non essere qui.
Vorrei stare con lui.
Vorrei che sapesse chi sono veramente.
Una storia a distanza è fatta di silenzi lunghi un mese.
E’ fatta di litigi dove non ci si può picchiare, di carezze che non si possono dare, di baci che non si possono ricevere.
Una storia a distanza è fatta di abbracci vuoti.
La sensazione che non vorresti mai provare quando hai i piedi freddi la sera e vorresti farteli scaldare.
Dalla finestra le ragazze non si vedono.
Sono solo voci, sono fantasmi.
-Una volta, si- mi dico – una volta io ero così.-
Quando i ragazzi erano solo un gioco e le storie non duravano più di un mese.
L’unico impegno era quello di non farsi scoprire da papà.
Gli anni delle sigarette nascoste, delle dediche sul diario e della musica a palla.
E se non c’era nessuno in casa, il salotto diventava il mio dance floor.
Quell’anno era Anouk, Nobody’s wife.
L’anno dopo i Goo Goo Dolls.
And I don't want the world to see me 'cause I don't think that they'd understand…
I baci appassionati di notte tra le tende del campo scout e tutta la dolcezza dei mazzetti di fiori che ricevevo al campetto dell’oratorio.
-Chi era?-
-Nessuno papà solo un amico.-
E di nuovo a casa. Con il mazzetto di fiori nascosto nello zainetto.
Carmen Consoli, confusa e felice.
Per un anno, alla panchina della stazione rimase enorme la scritta “MARTINA TI AMO” e io sapevo chi l’aveva scritta.
Una volta trasudavo serenità, dispensavo sorrisi.
Avevo la gioia e la leggerezza in corpo quando saltavo scuola per risparmiarmi il compito in classe di diritto, o semplicemente, quando il mio ragazzo mi mandava accattivanti inviti di passione a cui proprio non riuscivo a negarmi.
Oggi mi trovo qui, sono le tre del mattino e vorrei una sigaretta.
Ma va bene così, io lo so che se fumassi una sigaretta adesso, non sarebbe cosi buona come la sigaretta che avevo fumato dieci anni fa, la prima.
Quando ingenuamente desideravo di essere già grande.
Da grande, oggi posso dire che pagherei oro per guardare le stelle con il mio amore stanotte.
Che mi spezzerei un braccio per andare con lui in bici fino al prato, per stenderci affannati a terra ed accorgerci a malapena del pusher di turno.
E chi se ne frega se sei sudato, fatti baciare.
Chi se ne frega se fa freddo, chi se ne frega se non abbiamo la coperta.
Abbracciami.
Le ragazze hanno smesso di ridere.
Io sono diventata grande, il mio sorriso sembra essersi trasformato in mera convenienza.
Ciò che è peggio, è dover ammettere che ormai sono diventati tutti davvero fantasmi.